03/08/2009
Ciao,

vi segnalo questa iniziativa che mi sembra simpatica, nella speranza che scrivendo la cartolina a qualcuno venga voglia di postare qualcosa di nuovo su questo blog!


http://apostcardsshower.wordpress.com/

A Postcards Shower: 50 to 150 words to share your own trip.

50 to 150 words to describe your trip: Erasmus, Working Holiday Visa, Summer camp, Gap year, PhD, long or short term abroad working/studying period, or just a vacation.

Tell your sensations and emotions, smells, reflections or troubles, tell your experience.

It doesn’t matter if you’re at your homestay or at the other side of the planet, tell your past, present and future experiences.

raccontato da urlosottovoce alle ore 07:57 | link | commenti (1)
28/04/2009
La prima volta che parti, per vivere all'estero un lungo periodo, lasci che la paura mista a incoscienza ti guidi sino a quell'aereo che ti cambierà la vita – e ancora tu lo ignori.

La seconda volta che parti ne sei conscio, anche se pensi che, forse, potrebbe essere l'ultima volta che vai a vivere all'estero, prima di mettere-la-testa-a-posto.

La terza volta che parti ancora non credi che stia succedendo per davvero e cristallina si materializza davanti a te la consapevolezza che questa volta stai scegliendo una strada ben precisa, che ti porterà a ripartire ad libitum.

15 maggio 2009, quasi tre anni dopo l’Erasmus, un altro aereo farà rotta verso nord, alla scoperta di lande ancora sconosciute.
08/03/2009
Tre
Gli stringevo la mano mentre la neve scendeva distaccata e indifferente al di fuori del finestrino, osservata dai miei occhi annebbiati dal sonno, talmente bianca da coprire gli applausi dei passeggeri contenti per la felice riuscita dell'atterraggio all'aeroporto di destinazione, un 'ora e mezzo di perturbazione dall'Italia.

Ho sorriso quando l'ho sentito lamentarsi riguardo l'incapacità degli addetti alla biglietteria ferroviaria di esprimersi in inglese coi turisti, cosa ci vuoi fare, gli ho detto a denti stretti, da queste parti funziona così, ma due minuti dopo anche la mia pazienza stava rischiando di evaporare, possibile che non mi ricordi già più come si pronuncino le ore?

Ma una bigliettaia sveglia che riesca a captare i miei arrugginiti slalom linguistici con un po' di fortuna si riesce sempre ad incontrare, meno male che ci stanno anche carta e penna, l'intercity è caldo e lo scompartimento vuoto, quando chiudo gli occhi per andare incontro a svariate ore di sonno lui è seduto davanti a me che osserva fuori dal finestrino, guarda che il paesaggio rimane per otto ore lo stesso, gli dico sbadigliando, faresti meglio a leggerti un libro.

Quando mi sveglio è ancora lì, lui, e lo ritrovo dopo un lungo viaggio in treno insieme ad un mare freddo anche d'estate e una città ferita di storia e di rotaie, scendiamo dal vagone e gli stringo nuovamente la mano, accompagnandolo orgogliosa verso una storia già vissuta quando lui non aveva ancora possiblità di esistere, nella mia testa.

Ho trascorso mesi a chiudere gli occhi e a negarmi due volte il coraggio, una per il passato, una per il futuro, la seconda ha preso subito il sopravvento e quando ho aperto gli occhi tutto era tornato al suo posto, la moquette verde, il corridoio silenzioso, la mia compagna di stanza coi capelli più corti, la birra scura e le sigarette, le porte numerate, ma lui, cosa ci fa seduto alla mia destra, se prima non esisteva?

L'ho guardato muoversi all'interno del mio passato attraverso i locali fumosi e le bottiglie di vodka, i ristoranti chic a prezzi stracciati, i tram malandati, il treno di notte per far ritorno a casa dopo la festa, una città stupenda e un po' finta, e l'ho volutamente escluso quando la mattina sono scesa giù al negozietto del dormitorio a comprare i biscotti per la colazione, ciondolando per minuti e minuti dinanzi ai due scaffali guarniti di ogni ben di dio, come ho sempre fatto per tutti i nove mesi in cui vi ho fatto compere, scegliendo alla fine quelli più costosi che non compravo mai perché dovevo risparmiare per i viaggi già programmati.

E sempre da sola son rimasta ad osservare da lontano la facoltà di Scienze Politiche splendere delle sue nuove mura, quelle che non ho mai potuto varcare se non in un'altra parte della città e presso un edificio brutto e grigio dai bagni piccolissimi, adibito un tempo ad ospedale per bambini, e con la sigaretta in mano contrastavo il fumo proveniente da fuori, invidiosa degli studenti che facevano probabilmente ritorno da quell'edificio così bello e nuovo e vicino al mio dormitorio, quello da cui li osservavo invidiosa dall'alto della finestra del quarto piano, il piano in cui si svolgevano le feste più fighe dove andavamo sempre noi che stavamo al secondo.

Com'è andato il viaggio, com'era il tempo, faceva freddo, c'era la neve, a quanti gradi eravate, sei riuscita a prendere tutte le tue cose, hai avuto difficoltà, ti son bastati i soldi, cosa hai fatto, chi hai rivisto, come sta la tua ex compagna di stanza, ti sei divertita, quanto ti sei ubriacata, cosa hai bevuto, quanto costa la vodka là, a che festa sei andata, è vero che la vita costa poco, quanto si spende per mangiare al ristorante, come si chiama più la moneta, com'è il cambio, dove hai dormito, in che lingua hai parlato, è andato bene il viaggio di ritorno?

Le risposte a queste domande sono tutte molto semplici ed immediate, e non rappresenta un problema fornirle a chi me le pone: genitori, amici, conoscenti, ragazzo, parenti, sconosciuti.

La cosa più divertente però è rappresentata dal fatto che ho trascorso tre giorni per formulare la risposta più difficile che  secondo i miei piani avrebbe dovuto soddisfare la domanda più facile, che nessuno mi ha rivolto.

Come è stato?

Può considerarsi forse una fortuna il fatto che queste persone non avranno mai accesso alla mia risposta, abituate come sono a pensare che esista un solo posto al mondo in cui sentirsi bene, a proprio agio, ad avere sotto mano tutto ciò che pensano gli appartenga, per qualsiasi ragione.

è stato come tornare a casa.

Che rimanga un segreto tra noi.
06/03/2009
Ok, non sono stata una seconda volta in Erasmus, per cui permettetemi un lieve fuori tema, d’altra parte siamo in quattro gatti a leggere questo blog, quindi mi sembra lecito…

Una settimana fa sono tornata dal Canada, come annunciai trionfalmente ormai dieci mesi fa, il mio progetto di vivere e lavorare per sei mesi a Toronto non solo si è concretizzato, ma – purtroppo – è anche finito. Due considerazioni spicciole che tutti voi che passate di qui conoscete già: ogni volta che finisce un’esperienza del genere viviamo una sorta di shock e nonostante il contesto fisico possa cambiare noi potremmo restare psicologicamente legati a luoghi e persone geograficamente molto lontani, il distacco è graduale e doloroso; inoltre quando si entra nella spirale del “vado a fare un’esperienza all’estero” non se ne esce più. Ne consegue che un senso d’inadeguatezza, misto alla non voglia di raccontare può finire per farci vivere giornate grigie tra quelle quattro mura che ci hanno visti crescere, con voci e odori di casa, ma che fan solo aumentare la voglia di prendere il primo aereo che ci porti lontano, che ci permetta di ritrovare noi stessi. Perché quando si è decontestualizzati è decisamente più facile essere se stessi, più semplice spiegare le ali per volare nel blu dipinto di blu.

E le domande banali di persone che cercano semplicemente di capire cosa abbia fatto per sei mesi in un continente ai più sconosciuto, non è giusto che mi diano così tanto sui nervi. Non è sano che non abbia voglia di vedere quelle persone che fino a sei mesi fa consideravo miei amici o, ancor peggio, non sia entusiasta all’idea di riabbracciare quelle due piccole bimbe che sono le mie cuginette. Sento le lacrime farsi facilmente strada, ho voglia di piangere, perché non so che fare della mia vita, perché sento la mancanza di persone con le quali ho costruito dei rapporti super solidi di fratellanza, più che di amicizia. Pare che sia fisiologico che quando non si abbia una famiglia si finisca per costruirsene una ex novo con le persone che s’incontrano lungo il cammino.

Paradossalmente mi sento sola, sebbene circondata da molte persone. Mi sento incompresa, sebbene sia io a chiudermi nel silenzio. Mi sento senza idee, né chiare né scure, sebbene qualcosa si stia muovendo. Mi sento come se avessi un vuoto dentro, sebbene l’affetto che mi circonda sia palpabile. Mi sento deconcentrata, sebbene non abbia poi molte cose su cui focalizzarmi.

So che ci vuole tempo, che aver iniziato a svuotare le valigie è un segno di resa e che nel momento in cui la mia vita sarà un po’ meno indefinita tutto sarà più semplice.
Ciò che resterà sempre nel mio cuore saranno le parole, i gesti, i sorrisi degli amici che ho avuto la fortuna d’incontrare a Toronto e questo nessuno potrà mai carpirlo.
raccontato da urlosottovoce alle ore 00:22 | link | commenti (4)
ritorni, dentro al cuore
02/03/2009

Riprendendo in parte il post di Adina, torno qui dopo mesi per condividere con voi un passo del nuovo libro di un mio conterraneo, Flavio Soriga "L'amore a Londra e in altri luoghi". In questo momento mi sento molto rappresentata da queste frasi e beh... mi sento di condiverlo con voi che probabilmente mi capirete.

 

“Non avevano ragione mia nonna, mia madre e la gente del mio isolotto: non è vero che chi sta male in un posto starà male dappertutto, che non si può stare meglio da un'altra parte, che si può viaggiare solo se costretti, solo per lavoro e sempre per tornare. Non tutti quelli che vanno via stanno meglio, ma qualcuno sì, io sì, io sto bene in una grande città, dove posso cenare a qualunque ora, dove incontro visi stranieri, accenti stranieri, donne mai viste e belle e interessanti; dove ho incontrato e conosciuto una francese che ho sposato, e avuto figli che parlano due lingue e hanno compagni di scuola di tutti i posti dell'Europa e africani e indiani e cinesi e pakistani, diversi da loro e uguali. A me piace che nessuno mi conosca quando entro in un locale, o quando rincaso, e saluto il portiere del mio palazzo che ancora non ha imparato il mio nome, e non sa nulla di mio padre fuggito e mai lo saprà, di mia zia e della sua bottega e di mia madre costretta per anni a lavorare da lei per tirare avanti.”

raccontato da neimless alle ore 16:19 | link | commenti (3)
30/01/2009
There is a funny thing about coming back at home. Looks the same, smells the same, feels the same... you'll realize what's changed is you.

The curious case of Benjamin Button
raccontato da urlosottovoce alle ore 23:32 | link | commenti (2)
ritorni
01/01/2009
Carissimi,

auguro a tutti voi uno splendido 2009 e mi auguro - per la sopravvivenza di questo progetto - che l'anno nuovo porti a ciascuno di noi molte più parole da spendere su queste pagine :)

Happy New Year
raccontato da urlosottovoce alle ore 17:56 | link | commenti (2)
auguri
07/12/2008

A fronte della mia smania di viaggio, la cui ultima manifestazione è la prenotazione di capodanno a Berlino, città che neanche mi ha mai attratto più di tanto, ma che mi è stato proposto di visitare e ho la possibilità economica per farlo (non perchè sia ricca, ma perchè ho qualche risparmio da parte) i miei genitori si sono un po' lamentati che ci sia qualcosa di troppo instabile in ciò che mi spinge a voler trascorrere qualche giorno fuori italia con frequenza certamente superiore a quella della generazione precedente alla mia...

dato che credo che sia un "male" comune tra i figli di erasmus, vorrei una vostra opinione...c'è insoddisfazione della propria vita nel guardare ogni 2X3 ai voli low cost?

(credo che risposta univoca non ci sia, ma vorrei sapere come vivete voi questa voglia di viaggio perpetua...)

raccontato da Adina82 alle ore 19:01 | link | commenti (6)
17/11/2008

Per me è sempre stata una questione musica. Ogni mio ricordo scorre al ritmo della mia personalissima soundtrack.
Poi oggi un mio amico -anzi quello che è stato il mio Direttore preferito- scrive sul blog
Eurogeneration di «Lettre aux Erasmus». Martino Reggiani l'ha scritta un paio d'anni dopo il suo Erasmus, io non so com'è ma ci vedo i miei di erasmi, le loro voci, sento le loro braccia e rido dei nostri aneddoti.
Potete ascoltarla sul
myspace dell'artista, nell'arrangiamento definitivo. Ma io vi consiglio di ascoltare la prima versione, del 2007, che a me piace di più e già gira in loop sul mio ipod.

«Ed ad ogni passo un riso ed un volto
un salto un grido un bacio ed un pianto
come una danza nutrite di note
amate e raccolte sul tetto di mondo»
(Martino Reggiani ~ Lettre aux Erasmus)

raccontato da Eleon.Jeremy alle ore 20:40 | link | commenti (3)
31/10/2008

Avevo promesso che ve l'avrei raccontato. Com'è l'Erasmus, 5 anni dopo.
Così paroparo come l'ho tradotto sul mio blog. 

[It's something unpredictable
but in the end it's right.
I hope you had the time of your life]

Sono sette gli strati di nuvole che attraversiamo prima di toccare terra, roba da fare invidia ai piani di morbidezza Scottex. Il mio cuore batte progressivamente più veloce e quando mi lascio cadere sull'intercity sono già spossata ancora prima di aver cominciato. Ci sono cose che sono belle perché rimangono sempre uguali a loro stesse, sono rassicuranti: per me è il cielo belga, il suo sapore plumbeo, il grigio -quel grigio- così definitivo che ancora non so spiegarmi come e perché mi è entrato dentro e non se ne è mai andato.
Ci ho messo dei giorni a tirarle fuori queste parole, ci ho messo dei giorni a non riuscire a vederlo questo weekend e ancora adesso so di non saperne parlare.
Quello di alcol e nostalgia avrebbe potuto essere un mix micidiale, sorrido pensando che non è stato niente di quello che mi aspettavo.
Oggi so che il mio Belgio sono state lezioni di vita, lezioni imparate in tempo.
I miei piedi sanno ancora muoversi da soli, e non intuisco le incertezze geografiche dei miei compagni di viaggio.
Abbraccio L e A, D e P ed è come se li avessi lasciati ieri: so che quello che ho costruito con loro non ha niente a che fare con l'Erasmus ed è il più bel regalo che l'Erasmus mi abbia fatto. So che non è scontato, c'est notre histoire à nous e loro vivono in ogni cosa che io oggi penso e faccio, e même all'autre bout de la terre ça va continuer. E con loro è facile, perché loro sono la mia famiglia. Ma siamo venti qui, e tutto scorre altrettanto naturale. Siamo cresciuti e siamo gli stessi: trovarsi 5 anni dopo a un tavolo del Pot au Lait significa davvero volersi trovare...ci sono persone che per me sono solo canzoni ballate sui tavoli del Géo, sono baci rubati sotto la pioggia e comparse alle feste; oggi queste persone diventano compagni di viaggio, diventano storie in cui riconosco valori e idee che fanno parte anche di me.
Scopro che ci sono sentimenti indissolubili e gioventù inossidabili.
Sento di averle imparate in tempo le mie lezioni.
So che chi semina vento raccoglie tempesta ed è lo show di L il grande estraneo che sparisce in meno di una birra.
So che la nostalgia che ho dei miei Diamanti non è per loro espressamente, perché con loro ci viviamo indipendentemente dai luoghi e dalle storie. Ma è lo smarrimento per non sapere quella ricetta chimica per mescolare la capacità di andare oltre i luoghi comuni e le certezze del proprio mondo, di saper accogliere il diverso e di essere disinteressati e per questo più aperti.
So che io ho ancora voglia di andare, perché andando mi sento migliore..ma so che per realizzare il mio sogno oggi devo restare. So che se ho la forza di corrergli ancora dietro al mio sogno è proprio per le parole dette, per la determinazione che vedo nei miei Amis, per quel cielo.
Sento di averle imparate in tempo le mie lezioni. Penso che tornare in Belgio non sia stato l'amarcord di un periodo, ma il coming back to life che vede ciascuno di noi muoversi in una realtà diversa. So che l'Erasmus non sono le feste, le birre, le notti, gli scazzi, i cazzi o la musica. Ma so che senza, oggi io tutto questo non lo saprei.
Poi ho salutato la cité ardente e mes Amis, non so se mai tornerò a Liegi, ma nel caso saranno i casi della vita. Ho la forte consapevolezza che i miei Amis invece sì che li rivedrò ancora e ancora, perché fanno parte di me. E questa è la vie, pas l'Erasmus.

[*Siete nella mia vita, in tutto quello che io ne ho fatto - Dion: Je ne vous oublie pas]

 

raccontato da Eleon.Jeremy alle ore 00:20 | link | commenti (1)